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Quando il Canton Ticino è fonte di buone idee

Persino un giornalista cinese si è recato sul posto per visionare questa avveniristica soluzione. La visita ha attirato l’attenzione mediatica. Gordola, incastonata tra il lago, le rocce e, più in alto, la famosa diga della Verzasca, dispone di sedici sorgenti che sgorgano dalle pareti rocciose a ridosso dell’abitato e riforniscono d’acqua l’intero comune. «La televisione di stato cinese nell’ambito della giornata internazionale dell’acqua ha presentato il nostro acquedotto come esempio di gestione innovativa e sostenibile, eravamo stati definiti pionieri in un servizio della Radio SRF della Svizzera tedesca», spiega Bruno Storni, consigliere nazionale del PS e municipale di Gordola, che una ventina di anni fa aveva avviato questo progetto. Il giornalista cinese non è il primo che è ha voluto visionare l’impianto, dopo che il lavoro di Storni aveva ricevuto nel 2010 il premio energetico Watt d’Or per aver risanato l’acquedotto in modo sostenibile economico ed efficiente. Ingegnere elettronico e informatico di formazione, Storni ha fatto installare in ogni singola abitazione di Gordola un contatore elettronico (smartmeter) in grado di rilevare le perdite d’acqua e di segnalarle immediatamente alla gestione dell’acquedotto. Insieme a Vito Scolari, responsabile per l’acquedotto comunale, ci mostra un grafico che mostra l’intero percorso dell’acqua, dalle sorgenti ai bacini idrici fino alle abitazioni. «Abbiamo anche suddiviso la rete in zone inserendo dei contatori online, che ci permettono di individuare più facilmente eventuali perdite sulla rete», ci spiega Scolari. «Mentre i contatori degli edifici ci segnalano direttamente eventuali perdite, e dopo verifica contattiamo i proprietari.» È quindi possibile che si riesca a individuare tempestivamente un tubo difettoso o un WC guasto, consentendo così non solo di risparmiare acqua, ma anche di evitare danni più gravi. «Il riscontro degli abitanti riguardo a questo progetto è stato molto positivo», afferma Bruno Storni. Grazie a questo approccio, Gordola registra un consumo idrico tra i più bassi della Svizzera malgrado il clima ticinese più caldo e le numerose abitazioni di vacanza. «In estate il consumo idrico aumenta decisamente», dice Scolari. «Soprattutto quando gli abitanti lavorano in giardino e riempiono le piscine: Gordola ne conta 180, e le riempiamo a turni, per cui le persone devono prenotare il proprio turno. Così facendo la gestione delle risorse idriche funziona perfettamente.» «I nostri contatori ci permettono di individuare più facilmente eventuali perdite sulla rete.» Bruno Storni, consigliere nazionale e municipale di Gordola (TI) La siccità in Ticino non è una novità. Anzi, già dagli anni 1990 ci si occupa di questo fenomeno anche a livello cantonale, come conferma Mauro Veronesi, capo ufficio della protezione delle acque e dell’approvvigionamento idrico: «Il 2022 è stato un anno estremamente siccitoso, e nel maggio di quell’anno il Consiglio federale ha invitato tutti i cantoni ad attuare un approvvigionamento idrico su scala regionale, ovvero a connettere tra di loro gli acquedotti, in modo che i comuni possano scambiarsi l’acqua in caso di necessità. Ma noi, come Cantone Ticino, disponiamo già dal 1994 di un ‹Piano cantonale d’approvvigionamento idrico› (PCAI) concepito a tale scopo.» In concreto, ciò significa che Veronesi e il suo team investono in media 5 milioni di franchi all’anno per sussidiare progetti promossi dai comuni per realizzare opere di acquedotto condivise e per aiutarsi vicendevolmente in materia di approvvigionamento idrico. «Ad esempio, il distretto del Mendrisiotto è quello che più sovente è toccato dalla siccità, al punto che nel 2022 hanno dovuto essere introdotti dei divieti d’uso dell’acqua per scopi non essenziali. Abbiamo risolto questo problema di carenza d’acqua promuovendo un nuovo approvvigionamento a lago con una dorsale di distribuzione da Capolago a Chiasso. A partire dalla fine di quest’anno, la parte sud del Ticino potrà finalmente contare su una fornitura idrica sufficiente.» In Ticino esistono tre modi per l’approvvigionamento dell’acqua potabile: il lago, i pozzi che prelevano l’acqua dalla falda freatica, e appunto le sorgenti. «Gordola è un ottimo esempio di approvvigionamento idrico sostenibile, con un impegno accresciuto nella lotta alle perdite», spiega Veronesi. A 100 metri sopra il paese, Bruno Storni si trova davanti a una grande vetrata circolare che sembra l’oblò di una nave. Guarda attraverso e vede l’acqua, come se stesse guardando sul fondo di una piscina. «È l’acqua di sorgente raccolta in questo bacino, sgorga direttamente dalla roccia della montagna ed è praticamente acqua naturale oligominerale.» Più in alto e in direzione ovest è situata la diga della Verzasca. Quando quattro anni fa il bacino idroelettrico è stato svuotato per lavori di manutenzione, il fango refluo ha contaminato i pozzi di captazione a lati della Verzasca dei Comuni di Tenero e Minusio. «Abbiamo potuto sopperire ai pozzi fuori esercizio, fornendo la nostra acqua di sorgente a Tenero.» Lo scambio tra i comuni è fluido. Quasi come l’acqua che scorre, incessantemente, dalle sorgenti fino ai laghi del Ticino. Nora Hesse

Una nave pirata che unisce tutti, o forse anche no

«Qui avevamo installato un gioco d’acqua affinché i bambini potessero giocare con l’acqua», racconta Daniele Bricalli, responsabile dell’Ufficio tecnico, indicando uno spazio ora vuoto nel parco giochi. È una bella mattina di primavera, il suo gilet giallo riflette i raggi del sole, davanti a noi c'è il parco giochi. È recintato, in queste settimane sono in corso lavori di manutenzione. Gli chiedo di raccontarci nuovamente cosa è successo con la fontana: Bricalli scoppia in una fragorosa risata. «Diciamo che quando ci si occupa di parchi giochi, le mamme sono una categoria di utenti un po’ speciale. Abbiamo dovuto toglierlo perché i genitori si sono lamentati che i bambini si bagnavano troppo. Prima abbiamo provato a chiudere l’acqua e poi abbiamo dovuto smantellare completamente il gioco. Abbiamo avuto segnalazioni e reclami di persone disperate perché i bambini mentre giocano si dimenticano dell’acqua e si bagnano, indipendentemente dalla stagione, quindi anche in autunno e inverno.» Grazie ai genitori, Bricalli ha potuto svolgere una sorta di piccolo studio sociale: ho notato che i genitori della Svizzera tedesca sono molto più rilassati e organizzati e lasciano maggior libertà ai bambini. Le mamme della regione o della vicina penisola invece si preoccupano molto di più se i ragazzi e le ragazze si sporcano o si bagnano. «Si nota chiaramente una differenza culturale. Perché in questo luogo si incontrano molte persone: gli abitanti locali, i turisti che si fermano per un paio di ore, o anche famiglie che vengono da più lontano per trascorrere la giornata. Per noi va tutto bene, la situazione diventa impegnativa quando i genitori ci danno la colpa se un bambino si fa male. A volte basterebbe semplicemente che osservassero meglio i bambini invece di stare sempre con gli occhi fissi sul cellulare.» Questo parco giochi esiste nella sua forma attuale da ormai 12 anni. «All’epoca avevamo indetto un concorso pubblico. La nostra richiesta prevedeva che una nave pirata venisse montata in questa posizione», spiega Bricalli. «Perché alla nostra sinistra si trova il Lido di Melide, dietro di noi il campo di allenamento dell’FC Melide e davanti a noi il nucleo di Melide con l’ampia piazza che è in fase di riqualificazione. Da qui vediamo la famosa Swissminiatur di Melide e, subito dietro, l’autostrada che porta in Italia e oltralpe.» «Qui si incontrano tutti: i locali, i turisti che si fermano per un paio di ore, o famiglie da più lontano.» Daniele Bricalli, responsabile dell'Ufficio tecnico di Melide (TI) La realizzazione dell’intero parco giochi comprendente la nave pirata è costata 270 000 franchi al Comune. Ogni tre mesi arriva uno specialista per fare i controlli e segnala eventuali difetti o correzioni da implementare. Per la manutenzione il Comune di Melide fa capo principalmente alla squadra esterna composta da quattro persone a tempo pieno, di cui due giardinieri paesaggisti, che quotidianamente si occupa di gestire il territorio comunale. Per il parco giochi vengono regolarmente ordinati i pezzi di ricambio necessari per garantire che i bambini possano giocare in condizioni di sicurezza. I pannelli blu e gialli di rivestimento del vascello, originariamente in legno, nel tempo sono stati sostituiti con elementi in policarbonato, meno soggetti a deterioramento. La pavimentazione all’interno dell’area gioco è realizzata in gomma antitrauma, in conformità alle severe disposizioni di legge. Tale soluzione risulta inoltre più igienica, consentendo di pulire la superficie, un paio di volte all’anno, anche mediante l’utilizzo di un idrante. «Melide è fortunata. È un luogo multifunzionale», dice il sindaco Emiliano Delmenico. «Oltre al parco giochi si trova tutto ciò che serve per trascorrere una giornata rilassante: tanto verde, la Swissminiatur, il lago e la piazza. Inoltre i parcheggi sono equipaggiati con le stazioni di ricarica per le auto elettriche. I bambini possono giocare liberamente e le mamme rilassarsi sulle panchine.» Ricorda quando, 12 anni fa, fu approvato il credito per il nuovo parco giochi. «Tutti erano entusiasti. Oggi la situazione è leggermente diversa,» dice il sindaco. «Gli abitanti del quartiere trovano che il parco giochi sia troppo rumoroso e alcuni sono infastiditi dal fatto che ci siano così tanti bambini che giocano. Ritengono che dovrebbe essere aperto solo agli abitanti di Melide. Anche i calciatori hanno già pensato a recintare il loro campo, perché bambini e cani entravano a giocare. Si tratta di un luogo pubblico in una delle zone più belle del Ticino. Certamente non controlleremo l’identità di ogni singolo bambino.» Si preferisce concentrarsi sul futuro: «Metteremo più alberi per ombreggiare maggiormente il parco durante l’estate e amplieremo l’offerta per i picnic», spiega Daniele Bricalli. Nora Hesse

Una miglior convivenza grazie all’intelligenza artificiale

Sopra i computer troviamo appese le reti di sicurezza. «Non si sa mai, è una misura precauzionale», afferma Andrea Rizzoli. Ci troviamo nel laboratorio di robotica autonoma dell’Istituto Dalle Molle al Campus Est USI/ SUPSI Lugano- Viganello. Il signor Rizzoli, direttore dell’istituto e professore ordinario SUPSI, tiene in mano un nanodrone che è capace di seguire le persone grazie a un chip minuscolo gestito dagli algoritmi sviluppati dai ricercatori del team IDSIA. «Questo drone è il risultato di un progetto in corso da molti anni e che vede una proficua collaborazione dei nostri ricercatori con il Politecnico di Zurigo e l’Università di Bologna.» Fondato nel 1988, l’istituto ha inventato degli algoritmi che oggi vengono usati in tutto il mondo. «Per spiegarlo in maniera semplice, si può pensare che Google Voice interpreta e ascolta quello che diciamo anche grazie ai nostri algoritmi e che alcune architetture di reti neuronali sviluppate in Ticino negli anni 1990 hanno profondamente influenzato anche gli algoritmi che troviamo anche in ChatGPT.» Alcuni collaboratori sono appena tornati da San Francisco, dove hanno presentato le loro ricerche sulla robotica sociale e cioè come i robot possono interagire in maniera positiva con gli esseri umani. Altri invece sono impegnati nello sviluppo di algoritmi che vengono utilizzati anche da grandi imprese internazionali: «Per lo sviluppo dei medicamenti del futuro, stiamo sviluppando degli algoritmi che aiuteranno a produrre delle molecole che dovranno poter interagire in maniera mirata con le proteine del nostro corpo. Abbiamo in corso una stretta collaborazione con UBS e da diversi anni collaboriamo con Armasuisse, dove usiamo l’intelligenza artificiale per lo sviluppo e l’analisi delle migliori strategie di difesa. Ad esempio studiamo come far collaborare gli aerei da combattimento durante un eventuale attacco nemico. Per far ciò utilizziamo dei simulatori molto realistici che considerano tutte le operazioni e condizioni di volo e poi grazie all’intelligenza artificiale affiniamo la tattica più efficiente.» Naturalmente ci sono molte persone che sono scettiche nei confronti della robotica e dell'intelligenza artificiale, addirittura ne hanno paura. «Hanno assolutamente tutti diritti di essere spaventati, anch’io sono spaventato», spiega Rizzoli. «Se Elon Musk ci racconta che ognuno di noi in futuro avrà un robot che lo sorveglierà, sembra di sentir parlare di uno stato di polizia tipico di una dittatura.» Secondo Rizzoli, tra oltre dieci anni, compariranno dei robot integrati nella nostra quotidianità e anche nel quotidiano dei comuni: «Potranno esserci dei robot che si occuperanno della manutenzione del verde pubblico, oppure degli algoritmi che aiuteranno a gestire la burocrazia in maniera più efficace.» Ma secondo lui potrà essere piuttosto un sostegno e non un problema. «La tematica dev’essere affrontata con grande attenzione. Lo sviluppo di queste tecnologie è un tema molto delicato. Noi come ricercatori possiamo mostrare dove sono i problemi, ma la maggior parte della responsabilità è delegata a chi dovrà mettere in pratica le soluzioni sviluppate dalla ricerca.» Secondi Rizzoli è anche importante che si considerino attentamente tutti gli aspetti relativi l’utilizzo dei dati personali dei cittadini, soprattutto dove si prevede di implementare dei sistemi di supporto basati su chatbot. «Potranno esserci dei robot che si occuperanno della manutenzione del verde pubblico, oppure degli algoritmi che aiuteranno a gestire la burocrazia in maniera più efficace.» Andrea Rizzoli, direttore dell’istituto IDSIA e professore SUPSI Lugano Nel 2019 è stato realizzato un progetto a livello comunale basato sull’intelligenza artificiale: «Lugaggia Innovation Community» che ha avuto come obiettivo quello di massimizzare l’autoconsumo di energia solare locale grazie all’utilizzo di algoritmi legati all’intelligenza artificiale. «Sono state coinvolte 18 economie domestiche, incluso un asilo. Naturalmente all’inizio c’è stato un po’ di scetticismo nei confronti del progetto», spiega Daniele Farrace, responsabile Innovazione dell’Azienda Elettrica di Massagno (AEM), azienda promotrice del progetto. «Abbiamo comunicato e spiegato approfonditamente il progetto alle persone coinvolte e siamo riusciti a instaurare un rapporto di fiducia con la popolazione. In seguito, tutti sono rimasti soddisfatti con i risultati ottenuti.» Inoltre, il team di progetto ha installato sempre a Lugaggia una batteria di quartiere che, grazie a sofisticati algoritmi basati sull’intelligenza artificiale sviluppati dal consorzio, ha permesso di aumentare notevolmente l’autoconsumo della comunità energetica. «Il progetto ci ha permesso di comprendere le opportunità e le sfide da un punto di vista sociale, tecnico e regolatorio. Abbiamo presentato un rapporto finale alle autorità competenti a livello nazionale, come l’Ufficio federale dell’energia (UFE), e agli uffici competenti del Cantone Ticino. Il documento, oltre a mettere in evidenza gli elementi di successo, ha anche rilevato sfide di natura economica dovute principalmente a vincoli normativi, che il progetto ha contribuito a migliorare.» La comunità energetica e la batteria di quartiere sono tuttavia ancora in funzione e rappresentano oggi un laboratorio reale di AEM per sviluppare e validare soluzioni energetiche pionieristiche. Ma non solo quello: in futuro quindi potrebbe capitarci anche di essere accolti da un robot nei Punticittà. «Lo abbiamo già testato in un progetto pilota con la Città di Lugano», conclude Andrea Rizzoli. «Il robot era in grado di interpretare le reazioni delle persone e distribuiva volantini e cioccolatini a chi era interessato.» Ma prima che un robot diventi sindaco ci vorrà ancora un po’ di tempo. Nora Hesse

La prima fase della trasformazione digitale in Ticino

Sono quattro gli obiettivi concreti della prima fase della strategia per la trasformazione digitale del Cantone Ticino. In primo luogo la creazione di uno sportello digitale, una piattaforma che permetterà alla cittadinanza e alle imprese di accedere a una vasta gamma di servizi digitali in modo rapido e sicuro, eliminando la necessità di recarsi fisicamente negli uffici dell’Amministrazione cantonale o di interagire in altre forme che non siano digitali. Si tratta dell’elemento che avrà il maggior impatto per chi fruisce dei servizi dell’Amministrazione cantonale. «Per l’accesso si potrà utilizzare un sistema di autenticazione ufficiale e sicuro creato in maniera specifica per gli enti pubblici svizzeri; tecnicamente chiamato AGOV. In futuro sarà inoltre possibile accedere anche tramite l’identità elettronica statale, il cosiddetto «e-ID» che funzionerà come un vero e proprio documento digitale», spiega Milena Folletti, delegata alla trasformazione digitale per il Cantone Ticino. Il secondo punto riguarda la gestione elettronica delle pratiche, detta GEVER. Anche se non avrà un impatto diretto sulla popolazione – dato che agisce a un livello gestionale interno dell’amministrazione – rappresenta un pilastro fondamentale del processo di trasformazione, in quanto abilita la gestione digitale delle pratiche. In questo senso riduce la carta, garantisce la tracciabilità, uniforma i processi e permette l’introduzione automazioni. Il risultato finale è una gestione più efficiente, più trasparente e sicura. Il terzo punto è il progetto di «Open Government Data», che permetterà di rendere disponibili alla collettività i dati pubblici, favorendo l’accesso all’informazione e trasformando i dati pubblici in una risorsa che permette di assicurare più trasparenza, collaborazione e innovazione. Infine, il Cantone punta sullo sviluppo di competenze digitali attraverso la formazione delle collaboratrici e dei collaborati. È previsto un programma per lo sviluppo e l’aggiornamento continuo del personale dell’Amministrazione cantonale. «Riteniamo indispensabile lavorare su più livelli e per questo proponiamo un primo pacchetto di elementi, con un orizzonte temporale di quattro anni, che – se approvato dal Parlamento cantonale – ci permetterà di dare un deciso impulso al processo di trasformazione digitale», afferma Milena Folletti. «I comuni ticinesi hanno bisogno di un supporto su misura, che tenga conto delle loro differenze e li accompagni gradualmente verso la digitalizzazione.» Felice Dafond, presidente dell’Associazione dei Comuni Ticinesi e membro del comitato dell’Associazione dei Comuni Svizzeri La Svizzera non sarebbe la Svizzera senza l’autonomia dei cantoni rispetto alla Confederazione e senza quella dei comuni rispetto ai cantoni. «L’obiettivo è valutare l’impatto sui processi esistenti e ottimizzare l’integrazione digitale tra cantone e comuni, senza dimenticare le rispettive competenze», spiega Felice Dafond, presidente dell’Associazione dei Comuni Ticinesi e membro del comitato dell’Associazione dei Comuni Svizzeri. Si parla quindi di armonizzazione delle piattaforme digitali per evitare duplicazioni e frammentazione, e di coinvolgimento diretto dei cittadini, affinché i servizi digitali rispondano alle esigenze reali degli utenti. Secondo Dafond, la digitalizzazione dell’amministrazione ticinese non è un processo che il Cantone possa affrontare da solo: «Richiede una collaborazione strutturata con i comuni, un impegno condiviso e una visione di lungo periodo.» Anche Milena Folletti condivide questa visione, sottolineando anche l'aspetto culturale del cambiamento: «La trasformazione digitale non è solo una questione tecnica e tecnologica, ma soprattutto culturale. Un cambiamento che deve essere attuato da parte di chi opera e da parte di chi fruisce dei servizi digitali. Per questo la formazione svolge un ruolo così importante.» I comuni sono invitati ad aderire ai servizi digitali di base offerti dal Cantone o dall’Amministrazione digitale Svizzera. Le loro reazioni, spiega Milena Folletti, sono state incoraggianti: «La strategia cantonale è stata posta in consultazione ed è stata accolta positivamente. I comuni – comprensibilmente – hanno sottolineato la necessità di disporre di tempo sufficiente per adeguarsi dal profilo tecnico e organizzativo, rimarcando al contempo l’importanza di ridurre il divario digitale e di includere anche quella parte della popolazione meno avvezza alla tecnologia.» Anche Felice Dafond guarda con fiducia al futuro: «I comuni ticinesi hanno bisogno di un supporto su misura, che tenga conto delle loro differenze e li accompagni gradualmente verso la digitalizzazione. L’obiettivo non è imporre un modello unico, ma fornire strumenti, formazione, infrastrutture, standard comuni e risorse, così che ogni ente possa affrontare la digitalizzazione in modo consapevole e offrire ai cittadini servizi moderni ed efficienti.» Nora Hesse

Affrontare una situazione di costante incertezza

E l’immagine che ne risulta? È qui che Bruno Arrigoni scoppia a ridere. «Pessimo per la mia città», dice il sindaco di Chiasso sorridendo, ricordando di quell’estate fuori controllo del 2023, quando le notizie da Chiasso fecero il giro della Svizzera: «Avevamo un accordo verbale con la Confederazione che Chiasso avrebbe accolto al massimo 350 rifugiati, ma in breve tempo ne sono arrivati più di 600, e gestirli è stato molto difficile. Alcuni di loro sono stati sistemati in un centro provvisorio sotto la stazione ferroviaria, in un edificio vecchio, fatiscente, e miserevole.» Una volta registrati, iniziava la burocrazia, con attese che andavano da tre settimane a quattro mesi. «E lì cominciavano i problemi per i nostri cittadini. Cosa fai quando sei in un posto brutto, chiuso dentro e carico di incertezze? Esci!» La risposta era evidente per il sindaco, per la popolazione e anche per i media nazionali: soprattutto giovani, provenienti dall’Afghanistan o dall’Africa, vagavano senza fare nulla, aspettando e consumando alcolici in luoghi pubblici. «La polizia è dovuta intervenire fino a dieci volte al giorno per furti o per segnalazioni di persone ubriache con il risultato che molti cittadini avevano paura. Insomma, sembrava un po’, esagerando, il ‹Far West› come descritto da alcuni media», racconta Arrigoni. «Parliamo di esseri umani, non di cose, ma non potevamo nascondere le lamentele dei miei cittadini.» «Parliamo di esseri umani, non di cose, ma non potevamo nascondere le lamentele dei miei cittadini.» Bruno Arrigoni, sindaco di Chiasso Tuttavia, proprio in quel periodo, è stato Willy Lubrini, ex calciatore e figura conosciuta nel Mendrisiotto, a fondare nel 2024 l’associazione «Mendrisiotto Regione Aperta». Mauro Stanga, segretario dell’associazione, spiega che i due scopi principali erano quello di inserirsi nel dibattito pubblico con delle visioni più positive e quello di creare e rafforzare i contatti con gli ospiti dei centri federali d’asilo sul territorio. «Ogni settimana facciamo passeggiate nel territorio con loro. Sembra semplice, ma per loro significa molto. Solo il fatto che i bambini finalmente possono correre dopo essere stati chiusi nei centri di accoglienza è bellissimo, mi scalda il cuore vederli così.» Il loro programma offre anche attività come palestra, corsi di pasticceria, cucina, cinema, e aiuto per la comunità, per esempio con le bancarelle durante le feste in città. È un successo. «All’inizio nessuno capiva chi siamo e quale fosse il nostro scopo», dice Stanga. «Ora tutti si fidano. Vedono che portiamo un po’ di leggerezza e che cerchiamo di farli sentire meno soli. Ci ringraziano con un abbraccio.» Ma non tutti i comuni del Ticino cercano di integrarsi con le persone provenienti da fuori. Al contrario, questo marzo il Cantone aveva previsto di ospitare 40 richiedenti l’asilo temporaneamente in un hotel vuoto a Rovio, nel Luganese. Il Comune di Rovio, con 800 abitanti, ha dichiarato di essere stato informato solo tramite i media e di non essere affatto d’accordo. Ha lanciato una petizione con successo. «Siamo spesso confrontati con una certa diffidenza, che in alcune realtà è pressoché inesistente e in altre invece più forte, come nel caso di Rovio», spiega Renzo Zanini, capo ufficio dei richiedenti l’asilo e dei rifugiati nel Ticino. «L’esperienza ci mostra però che questa diffidenza viene poi superata grazie alla conoscenza delle persone arrivate e del grande lavoro svolto a favore della loro integrazione.» A volte si ha l’impressione di essere lasciati soli, afferma Luca Pagani, sindaco di Balerna, dove l’anno scorso è stato aperto un nuovo centro federale d’asilo. Con la Confederazione aveva concordato un numero di 350 posti nel nuovo centro. «Di fatto però, anziché chiudere il precedente centro di Chiasso, la Confederazione lo ha mantenuto in esercizio nell’ambito di una pianificazione di emergenza, mai discussa, e che i comuni non approvano. Ciò ha creato problemi di gestione e frizioni con la popolazione. Per una corretta accoglienza e integrazione nel territorio il numero di ospiti è per noi un punto fondamentale.» La Segreteria di Stato della migrazione (SEM) risponde alle accuse in questo modo: «Nel 2023, nel contesto eccezionale della crisi migratoria ucraina che ha colpito tutte le regioni d’asilo in Svizzera, e del forte aumento delle domande d’asilo, tutte le infrastrutture di emergenza hanno dovuto essere attivate sulla base di una convenzione firmata tra il Comune di Chiasso, il Cantone Ticino e la Confederazione nel 2016. Ciò ha portato all’aumento della nostra capacità di alloggio temporanea così da poter garantire un letto e un tetto a tutte le persone in cerca di protezione.» «Per una corretta accoglienza e integrazione nel territorio il numero di ospiti è per noi un punto fondamentale.» Luca Pagani, sindaco di Balerna Nora Hesse

Formazione: imparato in Ticino, eseguito nei Grigioni

La Bregaglia non è Milano, questo è chiaro. «Ci capita però di dover cercare personale anche al di fuori della nostra valle, per esempio in Ticino», dice Giulia Giovanoli, segretaria comunale del Comune di Bregaglia e presidente dell’associazione grigionese degli impiegati comunali (VBGA). Molti bregagliotti si spostano in Engadina o a Coira per seguire corsi di formazione professionale. Lei stessa ha frequentato vari corsi negli ultimi anni, tra cui l’ultimo di Leadership Communication a Zurigo. «La nostra lingua ufficiale è l’italiano e per questo motivo è importante poter offrire corsi anche in lingua italiana. Per poter soddisfare questa esigenza, vengono sempre più spesso cercate offerte in Ticino o in collaborazione con altri comuni del Grigionitaliano.» In generale si osserva pure un cambiamento nell’equilibrio tra lavoro e vita privata. «Sempre più giovani, ma non solo, non vogliono più lavorare a tempo pieno. La vita privata e la possibilità di dedicarsi alla famiglia sono per molti, sempre più importanti.» Che i giovani preferiscano lavorare a tempo parziale lo nota anche Simon Theus, vice capo dell’Ufficio per i comuni dei Grigioni e presidente della commissione d’esame dell‘Organizzazione svizzera d’esame formazione professionale superiore in amministrazione pubblica (Associazione FPS ap): «Questa regione è un po’ un caso speciale. I comuni di Poschiavo e di Bregaglia sono orientati piuttosto verso nord, quindi spesso le persone che lavorano nell’amministrazione comunale si formano a Coira. Invece, in Mesolcina o in Valle Calanca i corsi vengono seguiti prevalentemente in Ticino.» «Molto si impara anche on the job, nei nostri comuni lavorano impiegati che hanno cambiato carriera.» Simon Theus, vice capo dell’Ufficio per i comuni dei Grigioni e presidente della commissione d’esame dell’Associazione FPS ap In Ticino è l’Istituto della formazione continua (IFC) del Dipartimento cantonale dell’educazione, della cultura e dello sport che si occupa dei corsi per i comuni, su mandato della Sezione degli enti locali, che pianifica e coordina l'offerta formativa complessiva per gli enti locali. L’istituto offre tra l’altro un’ulteriore formazione come specialista in amministrazione pubblica, che prepara all’esame federale, sviluppato in collaborazione con l’Associazione dei Comuni Svizzeri e anche sostenuto dall’associazione. In due anni si può fare un diploma cantonale come quadro dirigente degli enti locali, in un anno il diploma cantonale di funzionaria o funzionario amministrativa/o degli enti locali oppure sempre in un anno un diploma cantonale di consulente in assicurazioni sociali. Vengono offerti due corsi di preparazione agli esami federali: il corso di specialista in amministrazione pubblica e il corso di specialista in materia di assicurazioni sociali. I seminari di formazione continua breve sono molto richiesti e frequentati sia in presenza che online. «Dobbiamo infatti comprendere come riuscire a orientare in modo adeguato i bisogni di formazione alle esigenze richieste dai segretari comunali o dai tecnici comunali», dice Massimo Demenga, presidente dell’Unione segretari comunali ticinesi e segretario comunale di Mendrisio. In futuro ci saranno molte opportunità, conferma Enrico Rossi, docente e responsabile del mandato Formazione continua e membro di Direzione del DACD e della Commissione Formazione continua SUPSI: «Grazie a un’ampia offerta la SUPSI si rivolge a professionisti desiderosi di sviluppare nuove competenze e affrontare le sfide di un mercato del lavoro in continua evoluzione.» Tra le proposte di maggiore interesse emergono gli Advanced Studies Plus (AS+), che includono, oltre al CAS in Smart City, il CAS in Tecnici comunali, il CAS in Sostenibilità integrata degli edifici, i programmi dedicati alla digitalizzazione delle costruzioni – strumenti indispensabili per affrontare le trasformazioni tecnologiche e metodologiche in atto nell’ambito edilizio – e quelli dedicati al Change Management e alla Leadership. A questi si affiancano gli Short Advanced Studies (SAS), percorsi brevi e mirati progettati per sviluppare competenze specifiche. Enrico Rossi sottlinea: «Parallelamente, la SUPSI offre anche corsi su misura progettati per rispondere a esigenze specifiche delle organizzazioni e dei professionisti. Un esempio significativo è il corso in Public Energy Management, ideato per rafforzare le competenze nella gestione sostenibile delle risorse energetiche.» Nora Hesse

Le lettere inviate alla fine del mondo

La neve è una di quelle cose che: «Quando ne cade tanta, la televisione locale mi chiama e subito vuole venire qui a fare un giro con me», ride Prisca Fransioli. Oggi però niente neve. Anzi, è una bellissima giornata soleggiata in Val Bedretto e dietro a Prisca, dove di solito in inverno chiudono la strada per pericolo di caduta valanghe, è tutto circondato da fiori alpini. All’orizzonte si staglia la catena alpina innevata e il Passo del San Gottardo, nell’altra direzione i paesi tipici della Val Bedretto, con le antiche dimore fatte di sasso e legno. «Durante i giorni di chiusura invernale della valle, sono l’unico contatto per gli abitanti. Quando finalmente riesco a passare con la macchina nella neve e portargli la posta, mi raccontano che non hanno più visto qualcuno che viene da fuori, da un paio di giorni», spiega la 47enne. «Ma credimi, stanno benissimo qui», dice lei, sottolineandolo con una risata spensierata. Abbronzata, vivace e rapida, ci racconta la sua storia, come se riferisse le ultime novità a una amica: «Sono diventata postina un po’ per caso in realtà. È stato mio zio che mi ha insegnato questo lavoro. Inizialmente l’ho supplito durante le vacanze, poi poco a poco sono entrata nel mestiere. Come postina porto di tutto fino alle case: giornali, lettere e tanti pacchetti. Al momento, ad esempio, consegno parecchio materiale per il cantiere della nuova galleria autostradale del Gottardo proprio ad Airolo.» Prisca è nata e cresciuta nel paese di Dalpe, in Leventina. «Un posto bello», ci dice lei. Fino ad oggi ha sempre abitato lì ed è socia della cooperativa che gestisce un negozio di alimentari in paese. «Ogni mattina mi alzo alle quattro per fare i miei turni. Poi vado presto al letto, altrimenti non ce la faccio.» «Durante i giorni di chiusura invernale della valle, sono l’unico contatto per gli abitanti.» Prisca Fransioli Il suono di un clacson interrompe il suo racconto. «L’autopostale non riesce a passare!» Prisca corre sulle scale del paesino fino alla strada principale. Ride e salute l’autista, poi sposta il suo piccolo furgoncino giallo per fare passare il collega con il mezzo più grande. «Quando ho cominciato questa professione era molto diverso. C’era sempre solo un postino per ogni gruppo di abitanti che passava tutti i giorni. Ora facciamo sempre dei turni e questo ogni tanto è un peccato, ma può essere anche interessante perché puoi anche occuparti di altre mansioni.» Arrivata alla buca delle lettere di una vecchia casa, tira fuori velocemente alcune lettere e giornali e li imbuca velocemente. «Hai visto? Qui non ci sono i cognomi degli abitanti. E poi anche le vie in questo paese non hanno nome. Come postina devo conoscere tutto e tutti a memoria.» Nella prossima casa abitano due signore anziane, che sedute all’esterno sembrano aver atteso Prisca. Subito le tre signore iniziano a chiacchierare nel dialetto locale. «Come va oggi?», chiede Prisca calorosamente. Una delle signore fa una smorfia e le sorride dolcemente. «A presto», saluta la postina che continua subito con velocità atletica a salire le strette stradine della Val Bedretto. Trovare nuovi postini per questo territorio secondo Prisca non è facile. «È un lavoro molto fisico e anche sociale, perché si deve conoscere la gente, non è per tutti.» Anche questa buca delle lettere comunale sistemata tra Airolo e il paese di Fontana, che Prisca si appresta ad aprire, è vuota. «Non vive più molta gente in valle e poco a poco si svolge tutto in forma digitale. Le lettere scritte a mano non si vedono quasi più. Gli unici che scrivono regolarmente delle cartoline o delle lettere a casa, sono i militari dalla caserma di Airolo.» Nel centro di questo paese pittoresco, Prisca apre una porta di vetro e dietro si trovano numerose caselle postali. «Ecco, qui la gente che vive fuori dal paese viene a ritirare la posta.» Ora è quasi mezzogiorno e nella macchina gialla di Prisca ci sono ancora solo alcuni pacchetti. «Durante la pandemia il numero dei pacchetti è aumentato, la gente cominciava a ordinare di tutto da casa. Ho portato anche delle piante che provenivano dal fondovalle e se il pacchetto è pesante con tutte queste scale… vabbè mi tocca far fatica!» Prisca ha svuotato la macchina e si siede subito dietro il volante per tornare ad Airolo. «In futuro la posta cambierà molto. Quando non ci saranno più giornali cambierà sicuramente tanto. Come? Lo vedremo.» Fino ad allora ci sarà sempre bisogno di Prisca, che viene anche quando c’è la neve a salutare le persone, e trovare case giuste, senza nome e senza vie. Nora Hesse

Tra vecchia generazione e giovani pionieri

Le parole chiave sono le medesime in tutti i comuni ticinesi: efficienza, sicurezza, sostenibilità, facilità. L’idea che in futuro i comuni comunichino con i cittadini in un mondo digitale promette che tutto sarà più facile, più veloce e che si usi meno la carta stampata. «Questo sviluppo è una ottima idea ed assolutamente necessario per il futuro», ci dice Paolo Attivissimo, rinomato giornalista che si occupa di informatica in Ticino. «Al momento viviamo nella situazione nella quale se ci scambiamo delle mail con la città usando la nostra casella Gmail, Google ci legge in copia. Se mando ad esempio una mail al comune con allegati dei documenti dal tribunale o del medico, c’è sempre il rischio che qualcuno li legga e possa utilizzarli contro di me.» Secondo Paolo Attivissimo ci vogliono delle piattaforme sicure, dove ogni cittadino ha il suo accesso personale. E ci vuole educazione secondo lui. «Tanti non sanno come gestire una password, o come evitare di utilizzare dei link sconosciuti. È come lasciare la chiave di casa sul tavolo con le porte aperte.» Biasca ad esempio ha già messo in pratica questo concetto. «Da noi i cittadini accedono con una password personale al portale e-gov sul nostro sito, chiamato e-cittadino», spiega Moreno Croci, responsabile ICT e digitalizzazione del Comune. «In questo modo possono vedere le proprie fatture, effettuare pagamenti, richiedere facilitazioni di pagamento, richiedere gli attestati, controllare la dichiarazione fiscale e inviare altre richieste.» Grazie a questo sistema gestionale, la piattaforma riconosce subito la persona che ha fatto il login mostrando solo gli strumenti e richieste di sua competenza. «Le persone sono dunque sempre messe al centro di ogni progetto digitale», spiega Moreno Croci. «Non si deve avere paura.» «Da noi le persone sono sempre messe al centro di ogni progetto digitale. Non si deve avere paura.» Moreno Croci, Anche a livello cantonale si vuole procedere in questa direzione: «Vorremmo rispondere meglio alle esigenze della cittadinanza sviluppando servizi digitali accessibili attraverso siti o piattaforme in grado di tutelare la privacy e la sicurezza dei dati», dice Milena Folletti, delegata alla trasformazione digitale per il Cantone Ticino. Per il Comitato operativo che si occupa di digitalizzazione nell’Amministrazione cantonale è molto chiaro quali saranno i passi da intraprendere nei prossimi anni: attuare le misure previste nella Strategia del Consiglio di Stato che è stata accolta – nel corso di una precedente procedura di consultazione – molto positivamente in particolare dai comuni. Il digitale è un mondo in piena costruzione. «Il mondo digitale può essere guardato con la logica del Lego. Ogni mattoncino è indispensabile e va progettato in maniera specifica per adattarsi agli altri, costruendo il grande edificio che abbiamo in mente. Questo impegno ci auguriamo permetta di rimanere all’avanguardia nella difesa da minacce – che diventano sempre più sofisticate – e di sviluppare, nel tempo, una vera e propria cultura digitale.» «Il mondo digitale può essere guardato con la logica del Lego. Ogni mattoncino è indispensabile e va progettato in maniera specifica per adattarsi agli altri, costruendo il grande edificio che abbiamo in mente.» Milena Folletti, delegata alla trasformazione digitale per il Cantone Ticino. Naturalmente anche a Lugano, nella città più grande del Cantone Ticino, si pensa a un futuro digitale e anche oltre (vedi riquadro). «Già nel 2018 abbiamo implementato una piattaforma di servizi di e-government, che ci aiuta a comunicare via web con i nostri cittadini», spiega Enrico Gulfi, direttore della divisione informatica della città di Lugano. «Un’offerta di prestazioni digitali quindi, che ci permette di essere presenti 24 ore al giorno su smartphone o sul PC e di evadere in modo automatizzato gran parte delle richieste.» La Città di Lugano cerca anche di costruire un dialogo tra generazioni: «Gli anziani naturalmente fanno fatica a gestire da soli le piattaforme online. Per questo motivo abbiamo organizzato ‹Il punto digitale›, un servizio di consulenza grazie al quale gli studenti della facoltà di comunicazione dell’Università della Svizzera italiana aiutano le persone a famigliarizzare con l’uso dell’informatica, ricevendo in cambio dei crediti formativi utili a completare il percorso universitario.» Esiste ancora il contatto diretto se si vuole parlare con i funzionari comunali in Ticino. Ma a poco a poco questa comunicazione verrà sostituta. Anche nel Comune di Biasca, Moreno Croci sperimenta con le tecnologie. «La trasformazione digitale riguarda tutti. Inclusività, sicurezza, apertura dei sistemi, formazione, e, non da ultimo l’intelligenza artificiale sono le nostre sfide.» Nora Hesse

Un’applicazione per semplificare la vita quotidiana

Certamente non viene comunicato quando un gatto viene perso, oppure l’aperitivo che viene organizzato da un’associazione. Ma se c’è una questione che riguarda tutti, il Comune di Stabio attiva un messaggio push che appare subito sugli smartphone degli abitanti. «Possono essere delle strade chiuse ad esempio, o gli inviti per le serate organizzate dal Comune», ci spiega Alex Beffa, vicesegretario comunale di Stabio. Il 32enne seduto nella sala conferenze nella casa comunale ci parla con dei vivaci movimenti delle mani. È lui che si occupa, oltre ad altri numerosi compiti per la cittadinanza, di questa applicazione che si può scaricare su Android e iPhone. Ci mostra l’uso dell’app, si vede subito la meteorologia locale attuale, le informazioni inerenti al Comune e le news. «Gli utenti non possono risponderci», spiega Beffa. «L‘applicazione rappresenta per il Comune l‘idea di avere una comunicazione chiara e diretta verso gli abitanti. Se c’è un’informazione importante, attiviamo un messaggio push, che si può leggere velocemente dagli schermi. Se qualcuno desidera avere più informazioni, può cliccare il link e riceve delle informazioni più dettagliate. Insomma, un servizio semplice e veloce per tutti.» Nel 2015 l’esecutivo di Stabio ha deciso, non solo di informare gli abitanti via internet o via posta cartacea, ma anche di utilizzare i sistemi digitali contemporanei, quindi tramite un’applicazione. La ditta Digital Code Sagl di Chiasso ha programmato questa app e le ultime modifiche e miglioramenti sono stati implementati tre anni fa. «Visto che si tratta di un prototipo, il Comune di Stabio paga per l’abbonamento annuale solo 1200 franchi», ci spiega Alex Beffa. Dei 4586 abitanti più di 800 persone hanno scaricato l’applicazione del Comune. «La rubrica più utilizzata è quella che concerne le notizie di prima pagina, seguite dalla meteo e dalla parte inerente alle informazioni», ci racconta il vicesegretario comunale. «È stato interessante scoprire che ci sono tante persone della terza età, diciamo a partire dai 50 anni, che usano volentieri l’applicazione.» «È stato interessante scoprire che ci sono tante persone della terza età, diciamo a partire dai 50 anni, che usano volentieri l’applicazione.» Alex Beffa, vicesegretario comunale di Stabio Una di loro è M. E. che non vuole essere pubblicato con il suo nome completo. Ha 77 anni ed è nata e cresciuta a Stabio: «L’ho scaricata perché posso fare direttamente delle prenotazioni per i biglietti del treno. Per questo motivo la trovo molto comoda. Così di tanto in tanto mi aggiorno sulle attività comunali.» Lavorava come infermiera psichiatrica e usava spesso il computer per compilare le cartelle cliniche. «Quindi sono abituata a gestire un computer o anche un’app, basta sapere quale bottone schiacciare così si trovano le informazioni.» È attiva nel centro diurno locale e insegna anche ad altre persone a scaricare e usare l‘applicazione. «Ho notato che così anche altre persone che ad esempio vengono da altri paesi sono riusciti ad entrare in contatto con dei parenti o amici del loro paese nativo che non sentivano più da tempo.» Perché Stabio è così avanti nella digitalizzazione mentre le città più grandi lo sono meno? «Difficile da dire», risponde Claudio Currenti, segretario comunale di Stabio. «Forse è perché Stabio è più piccolo e quindi più facile da gestire. Le strutture comunali sono più piccole e permettono quindi dei cambiamenti più veloci.» Un altro aspetto che nota Claudio Currenti è che ci sono molte associazioni che sono attive in questa zona. «Anche in questo caso non saprei dire da dove proviene questa tradizione, ma Stabio ha sempre avuto e ha tuttora molti gruppi e associazioni che si incontrano regolarmente. Quindi abbiamo già diverse persone a cui piace stare in contatto ed essere informate.» Per avere più ordine nelle informazioni, Stabio non pubblica tutti gli eventi che vengono comunicati dalle singole associazioni tramite la loro app. «Ma organizziamo alcuni eventi comunali, dove le associazioni sono invitate a partecipare portando cibo e bevande per dei momenti conviviali.» Anche l’account Instagram di Stabio, con i suoi circa 990 Followers, viene gestito personalmente dal segretario comunale. «Ci sono varie organizzazioni che comunicano tramite gli strumenti digitali. Ad esempio, il Museo della civiltà contadina di Stabio ha organizzato una chat in WhatsApp, dove comunicano le loro attività, e anche in questo caso non si può rispondere. Un tipo di newsletter sullo smartphone.» Un’applicazione deve essere utile e non disturbare ci spiega Silvana Alliata. La 40enne che si occupa di grafica vive con la sua famiglia a Stabio e usa l’applicazione del comune. «I messaggi push sono molto utili. Così so, se per esempio c’è una strada chiusa e devo scegliere un altro percorso con la macchina. Li ricevo più o meno una volta ogni dieci giorni e lo trovo perfetto. Se ricevessi un messaggio ogni ora cancellerei l’applicazione.» Silvana guarda un attimo lo smartphone e dice: «Negli ultimi giorni ho ricevuto un invito per una presentazione del nuovo serbatoio a Bella Cima, in passato ci hanno comunicato la presenza di un’aula per attività interdisciplinari che é stata montata vicino al laveggio, trovo che queste news siano molto interessanti. Non sono riuscita ancora a visitarla ma presto mi recherò sicuramente con i bambini.» Anche lei usa l’applicazione per acquistare le giornaliere in anticipo o per approfittare degli incentivi sui medesimi. «Questa è sicuramente una parte molto pratica di questa applicazione.» Anche se non ci sono tantissimi utenti, il Comune ci crede e resta positivo sugli sviluppi futuri. «L‘applicazione è una buona esperienza per tutti noi», conclude il vicesegretario Alex Beffa annuendo soddisfatto. «Vedremo cosa ci riserverà il futuro e come si adatterà il Comune ai cambiamenti portati dalla digitalizzazione.» Nora Hesse

«Non ci riconosciamo in una politica fatta di soli uomini»

Molto preoccupata per gli stereotipi di genere di cui sono vittime le donne, la 53enne luganese ci spiazza ribaltando qualche cliché sulle femministe. Tanto per cominciare, non parla di patriarcato e non è arrabbiata con gli uomini. Non solo: in questa splendida mattina, dove il sole ticinese si riflette sul lago di Lugano, Tamara Merlo si preoccupa per lo smalto delle sue unghie, al punto da fare un ritocchino durante l’intervista. «Non è il caso degli uomini che fanno parte della mia vita, come compagni, amici e familiari, ma mi è capitato di incontrare uomini che hanno un problema a considerare le donne come loro pari. Anche nella politica. Mi è successo che colleghi più anziani si siano innervositi durante una discussione e abbiano alzato la voce nei miei confronti, forse pensando di intimorirmi e mettermi a tacere… ma chiaramente non ha funzionato», sorride e termina di stendere lo smalto. Tamara Merlo è una femminista disinibita, e apparentemente non ha niente della radicale rabbiosa. «Essere radicali non è mai una soluzione. Né nella religione, tantomeno nella vita quotidiana, e neppure in politica», dice Tamara Merlo. Secondo lei un cambiamento della società a favore delle donne si attua insieme agli uomini, non contro di loro: «È fondamentale il dialogo, sostenuto dalla forza delle idee.» Uno dei risultati più eclatanti delle elezioni cantonali ticinesi del 2019 è stato il successo della sua lista, che partendo da zero ha conquistato due seggi su novanta; un risultato che, ammette, ha sorpreso anche lei. L’idea della lista le è venuta in seguito alla campagna «Io voto donna» promossa dalla Federazione delle associazioni femminili ticinesi (FAFT) per chiedere, appunto, di votare le donne alle elezioni. «Ma» - prosegue Merlo - «per votare le donne, devono prima essere candidate, e non tutti i partiti danno uguali possibilità alle donne di essere in lista, anzi!». Così, proprio in occasione della ricorrenza del 50° anniversario dall’introduzione del diritto di voto alle donne in Ticino, ha voluto presentare una lista che desse un segnale forte agli elettori e alle elettrici, ma non solo: anche a quei partiti che candidano poche donne, perché - riferisce Merlo - dicono che faticano a trovarle. «Ho dimostrato che, se lo si vuole, è possibile motivare le donne a fare politica: in poche settimane ho parlato con molte donne, la maggior parte le ho cercate io, altre mi hanno contattato quando hanno saputo del progetto; alla fine ci siamo candidate in 47. Pochissime avevano già esperienza politica alle spalle, la grande maggioranza si è avvicinata alla politica per la prima volta, dando il proprio contributo candidandosi per Più Donne.» Con questa lista, Tamara Merlo è riuscita a dare l’accesso a due donne in più in Gran Consiglio. «Il nostro successo è anche dovuto al fatto che la gente non si sente più rappresentata da una classe politica composta prevalentemente da uomini anziani. C’è una richiesta di maggiore rappresentatività da parte della politica, si chiede che rispecchi meglio la nostra società. A volte i partiti mettono delle donne in lista un po’ come alibi, tanto per dire che ci hanno pensato, che hanno fatto l’esercizio; ma non ci credono veramente. In realtà i maggiori partiti in Ticino sono ancora saldamente in mano agli uomini e, forse in maniera inconsapevole, portano avanti un sistema fatto dagli uomini per gli uomini.» Ci mostra i dati dell’Ufficio cantonale di statistica riguardanti la presenza delle donne in politica: per la seconda legislatura consecutiva nessuna donna siede nel Consiglio di Stato ticinese. In Gran Consiglio troviamo 59 uomini e 31 donne, grazie al balzo in avanti delle ultime elezioni. «Ma siamo ancora lontane dal 50%. C’è così tanto da fare, che fa quasi paura», ci racconta Merlo. Lei non vuole arrendersi e non si ferma mai. In Gran Consiglio ha dato avvio a un intergruppo parlamentare: «Ne fanno parte numerosi deputati di quasi tutti i partiti e l’idea è di promuovere tutte le azioni che portino alla parità tra donna e uomo. Quando c’è una questione inerente al tema, la facciamo circolare all’interno di questo gruppo interpartitico, così che abbia maggiori possibilità di tradursi in proposte o modifiche di legge.» I temi della parità sono tantissimi, a cominciare dalla parità salariale, che ancora oggi non è stata raggiunta, nemmeno nel settore pubblico. «Alla radice del problema c’è la concezione, che la nostra cultura si porta dietro da secoli e secoli, che la donna valga meno dell’uomo: è questo pregiudizio che va scardinato. Lo stiamo facendo, tutti insieme, ma stiamo andando troppo lentamente. Lo stesso vale per la violenza di genere, i femminicidi, le molestie e gli abusi sessuali, ma anche per la conciliabilità del lavoro con la famiglia e il fatto che le cure familiari e domestiche siano ancora in maggioranza sulle spalle delle donne.» La minore presenza di donne in politica nel Canton Ticino rispetto ad altre parti della Svizzera, secondo Tamara Merlo può essere spiegata sotto vari aspetti: «In parte siamo forse condizionati dalla cultura italiana, dove è soprattutto la mamma che si occupa dei figli. Ma la tematica è molto più profonda: moltissimi stereotipi ci sono trasmessi involontariamente già a scuola, quando nei libri di testo si fanno esempi in cui il ruolo della donna è subalterno (il medico e l’infermiera, l’avvocato e la segretaria…) o in canzoncine dell’asilo apparentemente innocue, in cui la mamma sta a casa a cucinare e il papà va a lavorare.» Un altro motivo importante risiede nel salario. «In Ticino i salari in generale sono circa mille franchi al mese in meno rispetto alla media svizzera; se a questo aggiungiamo la disparità salariale di cui sono vittime le donne, è chiaro che la donna ticinese è molto svantaggiata. Gli asili nido sono cari: per tante madri non vale la pena portare i figli in una struttura costosa per poi dedicarsi alla professione oppure alla politica. Il rischio è però quello di restare tagliate fuori dal mondo del lavoro, oltre che dagli avanzamenti di carriera.» In questo Cantone confinante con l’Italia (dove il suffragio femminile risale al 1946), le donne hanno ottenuto il diritto di votare nel 1969, con un anticipo di due anni sul diritto di voto in materia federale, concesso dagli uomini svizzeri in votazione popolare il 7 febbraio 1971. «La strada è stata lunga e tortuosa, con varie votazioni perse. Sono state le azioni dei singoli pionieri, donne e uomini, che hanno reso possibile questo progresso. Nella democrazia elvetica è il popolo che decide, e fino a pochi anni fa il popolo era composto dai soli uomini. Capisco che, per chi gode di privilegi, è molto difficile rinunciare alle comodità e ai vantaggi. Basti pensare che, per non rischiare di cedere la propria poltrona, i 60 granconsiglieri ticinesi aggiunsero 30 seggi al parlamento per far posto alle donne! E oltretutto noi donne abbiamo dovuto aspettare 50 anni prima di riuscire finalmente a occupare, nel 2019, tutti quei seggi aggiuntivi. I tempi della politica sono estremamente lenti, mentre servono cambiamenti più adeguati ai bisogni della società.» Tamara Merlo ci mostra altri dati statistici: «Queste sono le nuove cifre dell’occupazione. A causa della pandemia, in Ticino si sono perse parecchie migliaia di posti di lavoro, tutti di donne. Questo succede perché sono in maggioranza le donne ad alimentare un’economia del precariato: lavori temporanei, su chiamata, mal remunerati. Due terzi dei sottoccupati sono donne: lavorano a tempo parziale, vorrebbero lavorare di più ma non trovano nulla. Questa è una realtà molto problematica.» Parlando, lo smalto si è asciugato e Tamara Merlo è arrivata alla sua tematica principale: la giustizia. «Non accetto le ingiustizie e ho sempre cercato di combatterle: per quanto mi è possibile, vorrei cambiare le cose che non vanno bene», spiega. E torna ai tempi della scuola elementare: «A ricreazione avrei voluto giocare a calcio ma i miei compagni mi hanno detto: non puoi perché sei una femmina. È lì che ho scoperto di essere femminista: ho reagito di fronte all’ingiustizia. Ho risolto il problema picchiando i maschi e da quel momento anche noi bambine abbiamo giocato a calcio! Anche oggi lotto per i diritti delle donne non tanto per me stessa ma soprattutto per le future generazioni.» Le chiedo se è per questo che è diventata avvocata: «In realtà no, è stato per i motivi sbagliati: il mio ragazzo era iscritto alla Facoltà di diritto e io l’ho seguito. La mia non era una vocazione e in effetti poi ho lavorato in ambiti diversi. Ma è un’ottima formazione e può essere utile conoscere il diritto per cambiare la società.» Il suo impegno in politica è andato via via aumentando ed è cresciuta di pari passo l’importanza che dà al ruolo delle donne, perché, ci fa notare, quando ci sono più donne, cambia anche la politica: «Nella mia esperienza in Gran Consiglio ho potuto osservare che sono più spesso le donne che tendono a ragionare con la loro testa e a prendere delle posizioni secondo coscienza, anche se ciò comporta andare contro le direttive del gruppo.» Un diverso approccio alla politica, quindi? «Forse sì. Per avere una società più giusta dobbiamo eliminare la più grande ingiustizia nella storia dell’umanità: la discriminazione che subiscono le donne. Per farlo ci vuole l’aiuto di tutti, uomini compresi. Ma per poterlo fare in tempi ragionevoli, servono senza dubbio più donne in politica.» Nora Hesse

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