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Filtro attivo: Categoria: Il Comune Autore: Denise Lachat Rimuovi tutti i filtri
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Il federalismo ha bisogno di comuni capaci di agire

Da tempo in Svizzera il dibattito sul federalismo non infervorava così tanto gli animi come durante i mesi di crisi del Coronavirus e il federalismo non si trovava sotto il fuoco incrociato di critiche così accese. Si è parlato di spirito cantonale e di un mosaico di misure che hanno ostacolato la gestione della crisi. Alla recente conferenza sul federalismo tenutasi a Basilea alla fine di maggio, il presidente della Conferenza dei Governi cantonali (CdC) Christian Rathgeb ha fatto notare come improvvisamente tutto fosse stato «visto attraverso una sorta di lente della centralizzazione». «Con questa lente, solo ciò che è disciplinato a livello centrale sembra positivo». Ora, il federalismo con il suo principio dello Stato centrale e degli Stati membri include già elementi decentralizzati e centralizzati, come ha ricordato Christian Rathgeb a Basilea. «Se una crisi richiede una gestione più centralizzata, si tratta anche di un aspetto del federalismo e rientra nel principio costituzionale di sussidiarietà. Con la legge sulle epidemie, la Svizzera ha anticipato una situazione del genere». Nessuno contesta la possibilità e la necessità di migliorare la gestione delle crisi, non da ultimo il coordinamento e la comunicazione. L’analisi, a cui partecipano anche i comuni, è attualmente in corso. Ciò che si può dire sin d’ora è che, senza la «lente della centralizzazione», si riescono a vedere i vantaggi del federalismo, anche – e forse soprattutto – in tempi di crisi. Molti cantoni hanno agito in modo innovativo e rapido, ha sottolineato Christian Rathgeb, citando come esempi Zugo con il suo sistema a semaforo per misurare le infezioni su base giornaliera, i Grigioni con un regime di test che è poi servito da modello per la strategia nazionale di test, Basilea e Zurigo con il loro modello per ammortizzare gli affitti delle imprese, il Ticino con il suo ordine tempestivo di chiusura delle aziende, il Vallese con il suo ritorno anticipato alla chiusura dei ristoranti. In sunto: «gli Stati membri hanno reagito con decisione a situazioni specifiche». Soluzioni al servizio delle esigenze a tutti e tre i livelli statali: ciò che vale per i cantoni vale a maggior ragione per i comuni. Jörg Kündig, vicepresidente dell’Associazione dei Comuni Svizzeri (ACS) e presidente dell’Associazione dei presidenti dei comuni di Zurigo, constata: «mentre la Confederazione e i cantoni disciplinano per mezzo di leggi e ordinanze, i comuni sono direttamente coinvolti per quanto riguarda l’attuazione delle misure concrete». In pratica ciò significa che, durante la crisi, i comuni, a contatto diretto con la popolazione, hanno fornito un ampio sostegno, oltre ai loro compiti di base: informazioni per i cittadini preoccupati, assistenza stazionaria e ambulatoriale da parte di Spitex, case di riposo e di cura, coordinamento dell’impiego dei volontari, dispiegamento delle forze di sicurezza e della protezione civile, scuole operative e asili che hanno dato ai genitori la libertà necessaria. Le prescrizioni nazionali e cantonali, soprattutto in materia di regole di distanziamento e misure di protezione, sono state attuate e garantite in modo tempestivo. Siccome il principio di un percorso comune per tutti e tre i livelli statali non può essere rispettato sempre in tempi di crisi e sotto la pressione del tempo, Jörg Kündig aggiunge un altro elemento determinante del federalismo: l’autonomia e la competenza, ovvero il margine di manovra per i comuni. Da questo punto di vista non può che lodare il suo cantone. Nella primavera del 2020, per esempio, il governo di Zurigo ha autorizzato i consigli comunali ad adottare fondi per ammortizzare le conseguenze economiche del Covid e in poco tempo ha permesso di rinunciare alle assemblee comunali e di introdurre votazioni alle urne. Al contrario, i comuni devono avere il coraggio di utilizzare anche di fatto questa libertà di manovra. Perché non bisogna dimenticare che, per esempio, oltre all’attuazione di misure organizzative, non solo la Confederazione e i cantoni, ma anche i comuni hanno dato fondo alle loro tasche per i servizi di supporto. Jörg Kündig aggiunge: «da un giorno all’altro, siamo dovuti passare dalla modalità di esecuzione a quella di crisi e innovazione; sono state prese decisioni finanziarie insolitamente coraggiose su investimenti ingenti». Decisioni per le quali le autorità comunali saranno lodate o forse criticate. «Con il senno di poi, molti sapranno come si sarebbero potute prendere decisioni migliori». In questo contesto, una prima constatazione sulla crisi del Coronavirus è un po’ amara: i servizi dei comuni sono passati pressoché inosservati agli occhi dell’opinione pubblica. E ancora più difficile da digerire è la «tendenza all’aumento della densità normativa a livello federale», come osserva Claudia Hametner, vicedirettrice dell’Associazione dei Comuni Svizzeri (ACS). «I progetti della Confederazione come la riforma del settore delle cure del 2011 o le prescrizioni vincolanti per le autorità in materia di pianificazione del territorio, per esempio nella Concezione «Paesaggio svizzero», portano a limitare sempre di più il margine d’intervento dei comuni». I comuni sono diventati i principali sovvenzionatori del finanziamento delle cure. «Siccome i contributi delle casse malati e degli assicurati prevedono un tetto massimo, gli aumenti dei costi sono quasi interamente a carico del settore pubblico. Inoltre, ci sono altri fattori di costo come le prestazioni complementari e le spese per l’aiuto sociale, disciplinati dalle autorità di rango superiore e difficilmente influenzabili dai comuni». La perdita di autonomia dei comuni è confermata periodicamente dal sondaggio dei segretari comunali (cfr. Comune Svizzero del febbraio 2021). Oltre il 70 per cento dei segretari – contro ancora il 60 per cento nel 2005 – crede che l’autonomia del loro comune sia diminuita negli ultimi dieci anni. Alla luce di questi sviluppi, le richieste dei comuni per avere una maggiore voce in capitolo non sorprendono. Già nell'autunno 2017, l’ACS ha chiesto l'introduzione di un referendum comunale a livello federale: 200 comuni in almeno 15 cantoni potrebbero indire un referendum contro le decisioni del Parlamento federale. Una possibilità di referendum a livello federale esiste già oggi per i cantoni: sono necessari otto cantoni su 26. La richiesta dell’ACS partiva già allora dalla constatazione che i comuni, nonostante l'«articolo comunale» (art. 50) iscritto nella Costituzione dal 1999, non avevano aumentato di fatto il loro grado di autonomia. Eppure l'articolo comunale della Costituzione federale menziona esplicitamente il terzo livello di governo ed esige che la Confederazione tenga conto nelle sue azioni dei possibili effetti sui comuni. Il Consiglio nazionale ha chiaramente respinto l'iniziativa parlamentare per un referendum comunale presentata da Stefan Müller-Altermatt (CN PPD/SO) nell'autunno 2018. Müller-Altermatt non aveva comunque perso la speranza: «Nonostante tutto un effetto forse c’è stato: le conseguenze del nostro lavoro legislativo sui comuni sono state nuvoamente portate alla nostra attenzione.» I comuni hanno attualmente il diritto di referendum contro le decisioni cantonali in sette cantoni: Basilea Campagna, Grigioni, Giura, Lucerna, Soletta, Ticino e Zurigo. Il numero di comuni richiesto per poter presentare un referendum varia da cantone a cantone. Anche Hannes Germann, presidente dell'ACS e consigliere agli Stati, di Sciaffusa, vorrebbe che i comuni avessero un tale diritto nel suo cantone. Germann sostiene ancor più l’introduzione di una maggioranza dei comuni a livello cantonale, simile alla maggioranza dei cantoni richiesta nelle votazioni federali per i cambiamenti costituzionali. Forse non è una coincidenza in un cantone che ha votato qualche anno fa su una fusione radicale che mirava a creare un unico grande comune: tale proposta di «abolizione dei comuni» fu chiaramente respinta, ma la variante più moderata (riduzione a circa un terzo) ricevette circa il 46% di approvazione e fu sostenuta soprattutto dalla città di Sciaffusa. «La maggioranza comunale compenserebbe il grande peso delle città nelle votazioni popolari», ha commentato Germann per il quotidiano «Schaffhauser Nachrichten» in un articolo apparso questa estate. Le città di Sciaffusa e Neuhausen rappresentano più del 54% della popolazione, come riporta il giornale, il che significa che i comuni rurali non potrebbero opporsi a un «sì» unanime dei centri. Anche i comuni di Urnäsch e Stein nel cantone di Appenzello esterno vorrebbero ottenere la maggioranza dei comuni. Poiché il governo cantonale vorrebbe ridurre il numero di comuni da 20 a 4, temono che in futuro alcune grandi città determineranno il destino dei piccoli comuni rurali. Per alcuni esperti di diritto pubblico, una maggioranza dei comuni è «giuridicamente inattuabile, incostituzionale». Secondo la costituzione federale, le costituzioni cantonali devono essere emendate dalla maggioranza dei votanti, e nelle votazioni il principio prevalente è che ogni voto conta allo stesso modo. Gli abitanti dei comuni scarsamente popolati non dovrebbero quindi avere un peso sproporzionato. Secondo altri, al contrario, come indica la Costituzione federale, ogni cantone adotta una costituzione democratica: una maggioranza dei comuni non sarebbe quindi a priori inattuabile. Oggi, però, anche la maggioranza dei cantoni, sancita nella Costituzione federale dal 1848, è sotto pressione. L'esempio più recente è l'iniziativa parlamentare presentata da Balthasar Glättli, consigliere nazionale (Verdi, ZH), che chiede che la Costituzione federale sia modificata in modo che, nelle votazioni che richiedono la doppia maggioranza, soltanto una maggioranza qualificata di due terzi dei Cantoni (15,5 Cantoni) possa prevalere sulla maggioranza popolare. Il ragionamento che vi sta dietro: nel 1848, un «no» espresso nel Cantone di Appenzello Interno aveva un peso 11 volte superiore a un «no» espresso nel Cantone di Zurigo, mentre oggi tale rapporto è di 44 a 1. Secondo Glättli, si tratta semplicemente di adattare il principio del federalismo alla forte crescita della popolazione nei centri urbani. Dal 2005, la Conferenza nazionale sul federalismo riunisce ogni tre o quattro anni esperti e professionisti del settore politico, economico e della pubblica amministrazione per esaminare il sistema di governo unico nel suo genere della Svizzera. La Dichiarazione di Montreux del 2017 ha sottolineato la comprensione e l'impegno per il federalismo. La dichiarazione di Basilea del 2021 riafferma questa comprensione e afferma che il federalismo è in costante evoluzione. L’ACS vuole contribuire a questa evoluzione, continuando a impegnarsi per l'autonomia dei comuni e per aumentare la consapevolezza nei confronti del livello comunale. Informazioni: www.foederalismus2021.bs.ch/it Denise Lachat

L’uguaglianza di genere nelle amministrazioni comunali

Come promuovono i comuni svizzeri le pari opportunità tra uomo e donna nelle funzioni quadro delle loro amministrazioni? È quello che «Comune svizzero» ha voluto approfondire con un sondaggio. La «quote rosa» è una misura chiaramente respinta: solo in pochissimi comuni viene fissato un obiettivo in questi termini. La stragrande maggioranza dei comuni che hanno partecipato al sondaggio ha introdotto la possibilità di lavorare a tempo parziale per le funzioni dirigenziali, in totale circa l’83%. Questa opzione è particolarmente diffusa nella Svizzera tedesca e francese, mentre in Ticino la percentuale è più bassa, poco meno del 60%. Dove c’è questa possibilità, non esiste tuttavia per tutte le funzioni quadro: solo nel 67% dei casi vale anche per la funzione di segretario e vice-segretario comunale. Secondo l’ultimo monitoraggio nazionale dei comuni della ZHAW School of Management and Law , la percentuale di donne a occupare questa funzione non supera il 40%. Il job sharing è meno frequente, con una media svizzera di poco più del 35%. Ci sono chiare differenze tra le singole regioni linguistiche: nella Svizzera tedesca è molto più diffuso (44%) che nella Svizzera francese (17%) o in Ticino (16%). Un aumento non è previsto: solo poco meno del 5% degli intervistati ha dichiarato l’intenzione di introdurlo prossimamente. Infine, nel reclutamento di nuovo personale per posizioni dirigenziali, nel 14% dei comuni partecipanti al sondaggio è data priorità alle candidate donne, a parità di qualifiche. Alla domanda «La parità dei sessi nell’amministrazione comunale viene promossa in altri modi?» la risposta più frequente è stata attraverso la parità salariale. Alcuni grandi comuni hanno già effettuato un’analisi della parità salariale (nuova disposizione federale per le aziende con 100 o più collaboratori), altri hanno un regolamento del personale che rispetta la Carta della parità salariale nel settore pubblico. L’Ufficio federale per l’uguaglianza fra donna e uomo (UFU) informa che a oggi questa Carta è stata firmata da 16 cantoni, 103 comuni e dalla Confederazione. Alcuni piccoli comuni segnalano che il tema della parità di genere nelle loro amministrazioni riguarda non tanto le donne, quanto piuttosto gli uomini: nei comuni in cui lavorano cinque persone o meno, si tratta quasi sempre di collaboratrici, impiegate a tempo parziale. È difficile trovare uomini per queste posizioni. * Il sondaggio di «Comune svizzero» sulla parità di genere nelle amministrazioni e negli esecutivi comunali è stato condotto dal 23 novembre al 14 dicembre 2020. Dei 2172 comuni svizzeri hanno partecipato in totale 718 comuni. Denise Lachat

«Il tipico politico di milizia è un uomo»

Martina Flick: Il tipico politico di milizia è un uomo, tra i 40 e i 64 anni, ha una formazione superiore, una buona posizione professionale e un reddito piuttosto elevato. E vive da anni nel suo comune e vi è ben radicato. Flick: Le donne sono sicuramente presenti. Ma stabiliscono le loro priorità in modo diverso rispetto agli uomini: nel volontariato, come nelle funzioni di milizia, gli uomini sono circa il doppio delle donne. Nelle associazioni e nelle organizzazioni, le proporzioni sono all’incirca le stesse. Nel volontariato informale, come l’aiuto di quartiere o l’assistenza agli anziani, invece, le donne sono molto più rappresentate degli uomini. Flick: Forse perché la Svizzera ha introdotto il diritto di voto per le donne con un certo ritardo. La politica è stata, più a lungo che nei paesi vicini, un dominio puramente maschile. È possibile che ciò abbia ancora oggi un impatto, dato che le donne sono sottorappresentate in politica. Le donne continuano a essere più presenti nel lavoro domestico e svolgono meno frequentemente degli uomini un lavoro retribuito. Di conseguenza, come già detto, è più probabile che il volontariato femminile sia orientato verso l’ambiente domestico e il vicinato. Flick: Nel nostro sondaggio, abbiamo chiesto ai politici di milizia quali fossero, prima di candidarsi, le loro preoccupazioni. La paura di dover dedicare alla politica di milizia una fetta troppo elevata del proprio tempo e di essere troppo esposti pubblicamente riguarda in modo pressoché uguale uomini e donne. Al contrario, il doppio delle donne, rispetto agli uomini, ha evocato il timore che le proprie conoscenze professionali fossero troppo limitate. Flick: Sì, così sembra. Nel sondaggio, abbiamo anche chiesto se i timori iniziali si sono rivelati fondati una volta assunta la carica. Ciò che è interessante, e che fa emergere un quadro della situazione ben diverso, è non solo che sia le donne che gli uomini dichiarano di aver sottovalutato, prima dell’elezione, i potenziali problemi, ma che gli uomini dichiarano più frequentemente delle donne di aver sottovalutato le proprie conoscenze professionali. Flick: Il rispetto è certamente un aspetto importante, ma fondamentalmente le donne si sottovalutano. Gli uomini sembrano prenderla un po’ più alla leggera e rendersi conto in seguito di aver probabilmente sottovalutato la situazione per quanto riguarda le competenze professionali richieste. Flick: Una possibilità è che le donne che già siedono in un Municipio si adoperino per trovare potenziali candidate e mostrare loro cosa significa in pratica essere politici di milizia, incontrandole o magari anche invitandole a una seduta del Municipio o del Consiglio comunale. Un’altra possibilità consiste nella formazione dei neoeletti. Per inciso, dal nostro studio emerge che le donne sono più favorevoli a questa misura, rispetto agli uomini. Flick: Le cose stanno proprio così. Il nostro studio dimostra che le richieste personali, siano esse da parte del partito o di personalità pubbliche del comune, giocano un ruolo importante per gli uomini come per le donne. Ma gli uomini si candidano più spesso di propria iniziativa. Flick: Sì, si potrebbe certamente interpretare in questo modo. Le donne hanno una certa difficoltà nel dirsi: «Posso farlo, lo faccio». Flick: La nostra ricerca ha portato a un risultato interessante: sono soprattutto le donne più giovani a temere di non avere sufficienti conoscenze professionali per ricoprire una carica. Le donne in età più matura e quindi con più esperienza di vita sono più sicure di sé. Flick: È così, anche se, intuitivamente, ci si potrebbe aspettare il contrario, dato che anche il livello di formazione generale delle donne è aumentato continuamente negli ultimi decenni. Ciò non sembra però portare automaticamente a una maggiore presenza delle donne in politica. Flick: Fidatevi delle vostre capacità! Neanche gli uomini dispongono di competenze o di conoscenze «su misura» per assumere una carica di milizia. Tutti i neoeletti devono anzi affrontare le stesse sfide. Le amministrazioni comunali sostengono del resto i neoeletti e li introducono alle varie procedure. Flick: Sì, è vero. Essere coinvolti in prima persona, imparare cose nuove, i contatti personali e il riconoscimento nella propria sfera personale o da parte dei colleghi: sono tutti fattori che portano soddisfazione una volta assunta la carica. Denise Lachat

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